![]() Molfetta al tempo delle vele: Parte 1 di Corrado Pisani |
MOLFETTA 29/07/2026Gli articoli scritti sino ad oggi hanno quasi sempre riguardato attività mercantili, movimento merci in entrata e in uscita, vicende su armatori, marinari e su quelle attività lavorative intimamente connesse al settore marittimo. Questa volta ricorderemo le diverse “specie” di imbarcazioni che nello scorrere del tempo sono giunti nel porto di Molfetta. Vedremo l’evoluzione delle stesse tenendo a mente che una descrizione di Molfetta del 1635 certifica che «dalla parte verso Ponente vi è il porto con un molo bastante, e capace p(er) caricare quattro vascelli di marziliana insieme, dove si caricano gli olj, le amendole, ed altre robe, che nascono nel Territorio…». Quella che segue è una ricerca realizzata dal nostro amico Corrado Pisani, appassionato conoscitore della storia di Molfetta. Un approfondimento dedicato al "porto di Molfetta e le varie imbarcazioni". Un contributo prezioso alla memoria collettiva della nostra comunità, che l’Associazione Oll Muvi, affermata nel mondo con il brand "I Love Molfetta", è lieta di ospitare sul proprio sito web. Le acque del nostro porto, dunque, a partire dalla fine del XV secolo, videro la presenza dei seguenti tipi di navi: Grippo o Grìpo - Tipo di bastimento veloce, da commercio e da trasporto. Battello da pesca attestato in ambito veneziano dal 1278. Le carte molfettesi lo menzionano per la prima volta nel 1487, anno nel quale era di proprietà di tale Battista Greco. Nel 1656 il veneziano Giovanni Battista Pauletti, residente a Molfetta, era proprietario di un vascello seu gripo chiamato «S. Bonaventura». Il 28 dicembre 1682, in direzione della chiesa del SS. Crocefisso della città di Giovinazzo, naufragò il grippo di Padron Matteo Simonich di Fiume chiamato «S. Giuseppe». Marciliàna - Anche marziliàna, marceliana, marsiliana, marsigliana, martiliana. Nel quinquennio 1519-23 tale Joannello Gabrielis de Joanne Alba era proprietario di una “marciliana”. Nel novembre 1704 la marziliana di Padron Lazzaro de Candia fu oggetto di un “bando” di vendita. Il 22 luglio 1706 lo stesso padron Lazzaro de Candia partì per Ferrara con la sua marziliana carica di olio. Brigantino - Il 18 settembre 1571(70), Joannem di Vincentio di Cattaro (Catera) vendette per 60 ducati al nobile Francesco de Monno, a Berardino Gauscentia e a Corrado Gilao un “bergantinus” della “capacitatis seu portate di 16 currus” (25,27 tonnellate, considerato che un carro di grano era composto da 36 tumola equivalenti a 1.579,738 kg.) che era ormeggiato nel porto detto “alli Pali”. Il 13 giugno 1572 Francesco Maria de Luca e Federico Patronum di Corato vendettero ai nobili Francesco Antonio de li Falconi e Berardino Gauscentia due terzi di bergantino. Nel 1791 padron Antonio Palombella era proprietario del bergantino «l’Immacolata Concezione». Il 25 aprile 1796 e il 1° maggio 1796 il brigantino del Capitano svedese Carlo Daniele Haldbergh (anche Huldbergh), ormeggiato in Molfetta, fu stimato essere della capacità di 75 pile. Il 5 giugno 1796 il brigantino del Capitano Michele Bariam (o Periam), di nazionalità inglese, nominato Novè, fu stimato di 50 pile d’olio. Il 9 ottobre 1801 Padron Francesco Palombella di Antonio approdò a Molfetta con il brigantino «la Madonna del Passaggio e l’Anime del Purgatorio», proveniente da Vieste. Cimbe - Il sostantivo femminile cimba, cimma vale «barca, navicella». La prima citazione nelle carte molfettesi risale al 1596, anno nel quale Nunzio de Visaggio comprò per ducati 99 da Cesare de Bari un cimbe con quattro remi, reti per sarde n° 11, puro n° 12, scopari n° 15, campane n° 2, una racana seu vela e un albero. Il termine sarà utilizzato sino al 1740 a significare piccole imbarcazioni. Galeone - Unica citazione nelle carte molfettesi risale al 12 novembre 1627, giorno nel quale il “galeone” comandato da Cap. Adam Zapata di Ferrara presente nel porto di Molfetta imbarcò 85 salme di grano. Tartana - Anche tartanella peschereccia, tartanone, tartarone. Naviglio da commercio e da pesca di origine catalano-provenzale (ca. XIV secolo), con due alberi. La sua presenza, in ambito locale, è certificata in documenti del XVII secolo: nel 1636 a Bisceglie e nel 1646 a Molfetta. Pedota - Le carte molfettesi il 24 maggio 1635 registrano la presenza in Molfetta di una pedota, comandata da Padron Augustino Fabro di Chioggia, per caricare 5 migliara di olio da condurre in Venezia. Nel 1648 Evangelista Coppolecchia di Molfetta era proprietario di una pedota, valutata 420 ducati. Il 4 luglio 1648 Marzio de Luca comprò metà della pedota del citato Coppolecchia. Nel 1698 incontriamo la prima citazione di una “pedota alla latina”. In questo stesso anno la pedota alla latina «S. Antonio da Padova», del valore di 740 ducati, era di proprietà della nobildonna Cornelia Queralt vedova del fu Diego de Luca, Sabino Salustio e Josepho Mezza. Il termine risulta documentato sino al 1752. Fregàta - Anche fregàta, fregàtta. I documenti, nel nostro caso, più che ad una nave da guerra, trattano una “fregata mercantile senza polena” ossia un bastimento di poppa quadra dotato di un albero di mezzana, un albero di maestro e un bompresso. La prima citazione nelle carte molfettesi risale al 28 gennaio 1612. Nel 1655 l’imbarcazione fu descritta con il sinonimo “grippo”. Saica - Bastimento greco o turco, il cui corpo era molto carico di legname, e portava un bompresso, una piccola mezzana e un albero di maestra molto alto, con gabbia. Simile a una piccola galera a vela o a remi, poteva essere armata con pezzi di cannone. Unica citazione nelle carte (amministrative) molfettesi risale al 1720, anno nel quale il 3 novembre una imbarcazione “dulcignota” naufragò nel porto dei Pali a Molfetta (leggi: Pirati dulcignotti alla torre delli Schirone, 2017). Tartanone - La sua esistenza in loco risulta già nel 1718, anno nel quale era di proprietà di Padron Nicolò Vitulano. Ultima registrazione è datata 1856. Tartanella - Bastimento di forme diverse dalla tartana, con due alberi e vele, che in tutte erano triangolari, cioè di taglio, comunemente chiamate vele latine. L’11 giugno 1720 Padron Giorgio Frano (o Franol o Franci) di Trieste vendette per 140 ducati a padron Matteo delli Fiori di Molfetta una tartanella con tutti i suoi attrezzi. Il 20 aprile 1752, la tartanella ò sia barca bastarda nuovamente costruita e nominata S. Francesco Saverio, S. Maria dei Martiri l’Anime Sante del Purgatorio di proprietà di Padron Liborio Cozzoli, viene stimata … poter portare il suo carico di pile otto di olio (14,63 tonnellate). Nel 1753 il marinaro Grazio Antonio Cafarella era proprietario di una barca bastarda ad uso da viaggi della montagna che, in un atto notarile del 23 febbraio 1755, risulterà essere classificata come “tartanella”. Paranza - Anche Gaetana, Bilancella. Nell’Adriatico la paranza fu adibita alla pesca e raramente al piccolo cabotaggio. Dotata di un albero a calcese e con lunga antenna, a vela latina, della capacità di circa 20-50 tonnellate adoperate a volte per il piccolo cabotaggio, ma soprattutto per la pesca con la rete a strascico, presso le coste dell’Adriatico. Le origini di questa imbarcazione sono connesse al metodo di pesca impiegato. Tutto ebbe inizio con il sistema di pesca adottato dai pescatori di Gaeta e che di lì prese il nome di “pesca alla caetana”. Il 24 novembre 1748 il marinaro Domenico Antonio Allegretta acquistò per 131 ducati, 4 carlini, una barchetta (stimata 23 ducati) con i suoi arredi (valutati 108 ducati, 4 carlini) tra i quali era inclusa una “reta alla caetana”. Nel decennio 1740-51 la costruzione delle nostre barche a vela avveniva nel largo della Porticella. Due anni dopo (1753) la nostra città, che vantava una popolazione calcolata di circa 8.634 abitanti e un territorio comunale esteso su 10.867 vigne (ripartite in 4.238 proprietà fondiarie), registrava la presenza di una flotta da commercio e da pesca composta da: 10 barchette (4 per la pesca delle sarde, 3 da pulpi, 2 per la pesca di sarde e di pulpi, 1 vecchia); 33 gaetane (identificate come barchette per la pesca alla gaetana o con reti alla gaetana o addette alla pesca delle sarde o più semplicemente dette …); 12 tartane (barche da viaggio e/o pescareccie); 6 tartanelle (barche bastarde da viaggi per la montagna dell’Angelo) e 5 trabaccoli. In pratica, nel quarantennio 1748-87, la rete e il metodo di pesca utilizzato con la stessa passarono a indicare un tipo di imbarcazione molfettese chiamata “paranza”, per il fatto di pescare appaiata con un’altra. Infatti, sin dal 1819, gli atti notarili molfettesi iniziano a riportare la dicitura “di conserva”, terminologia che gli accademici della Crusca già nel 1612 esplicitavano nel significato «Per compagnia; e dicesi del Numero de’ navili di più padroni, che navigano insieme, a conservazion l’un dell’altro» Martingana - Anche Marticana. Bastimento quadro con un albero, quartierato di prua. Il 16 ottobre 1759 Padron Giorgio Tambachi e i suoi marinai, tutti di Corfù, dichiararono di essere giunti nel porto di Molfetta con la loro “martirano” chiamata “S. Joanne” con un carico di grano. Il 29 aprile 1772, proveniente da Procida, giunse a Molfetta la “martigata” chiamata S. Michele di Padron Pasquale Grasso, con nove uomini di equipaggio. Il 9 ottobre 1780, proveniente da Procida, giunse a Molfetta la “martingana o marticana” di Padron Pasquale Gamonarota. Il 21 dicembre 1784 presero avvio le operazioni di carico di 3.000 tomola (di grano?) sulla martingana o marticana di Padron Giuseppe Lubrano di Procida. L’8 maggio 1786 la martingana di Padron Vincenzo Costagliola di Napoli era in porto a Molfetta per caricare 6.000 tomola di orzi. Il 19 ottobre 1786 la martingana di Padron Giuseppe Lubrano di Procida aveva una metà di carico composto di 3.500 tomola di orzi vecchi e nuovi. L’8 aprile 1794 il marticano di Padron Fabio Castagliola di Procida, nominato «S. Antonio e S. Gregorio», venne stimato avere una portata di 60 pile d’olio. Il 16 giugno 1798 la martingana di Padron Clemente Campo di Gaeta, chiamata «l’Immacolata Concezione», presente a Molfetta, venne stimata avere una portata di 50 pile d’olio. Pandòra - Anche Piparo. A Venezia equivaleva a “grossa nave”. Simile alla marciliana, veniva usata per il commercio ed il trasporto. Il fondo notarile di Molfetta, nel periodo 1763-1790, segnala la presenza di tre “pandora” delle quali una chiamata «Santa Maria Corrado e S. Francesco da Paola», equipaggio composto da tredici uomini, di proprietà di Padron Giovanni Battista Fornaro e che eseguiva viaggi sulla direttrice Trieste-Goro-Molfetta. Un atto in data 17 dicembre 1789 certifica l’equivalenza “piparo ossia pandora”. Nel 1783 il costo medio di una pandora della portata di 30 pile d’olio, arredato di tutto punto (compreso Moschetti, Pretriere, ed altre armi), raggiungeva oltre 1.866 ducati (dei quali 825 era il valore dello scafo, calafatato e reso impermeabile, dato che la sua costruzione era simile a quella del trabaccolo). Pinco o Pingo - Il 27 maggio 1782 il pinco di Padron Ambrogio de Majo, chiamato «S. Lonardo», fu stimato essere della capacità (caputa) di 60 pile di olio. Il 29 marzo 1792 il pingo nominato «la Madonna del Rosario e S. Francesco», di Padron Gabriele Astarita di Vico Equense (Sorrento) fu stimato avere una portata di 60 pile di olio. Il 9 aprile 1793 il pinco del Padron Antonio Scorta di Procida, chiamato «la Madonna della Pietà e S. Michele» venne stimato avere una portata di circa 70 pile d’olio. Considerato che, per tutto il secolo XVIII, una pila d’olio era equivalente a circa 1.828,9 chilogrammi possiamo dire che la capacità/portata dei tre “pinco” era di 109,7 tonnellate (60 pile) e di 128 tonnellate (70 pile). to be continued.... segue #weareinmolfetta #tempodellevele #mercantilimolfettesi #imbarcazioniportodimolfetta #ilovemolfetta #tiportoinpuglia #corradopisani #storiemolfettesi |
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