Le fortificazioni di Molfetta: Parte 1 - ricerca di Corrado Pisani

 

Le fortificazioni di Molfetta: Parte 1 - ricerca di Corrado Pisani

 

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Molfetta, 15/04/2026



Le fortificazioni di Molfetta riguardano la presenza in città di due cinte murarie.

Quella che segue è una ricerca realizzata dal nostro amico Corrado Pisani, appassionato conoscitore della storia di Molfetta. Un approfondimento dedicato alle "mura della città". Un contributo prezioso alla memoria collettiva della nostra comunità, che l’Associazione Oll Muvi, affermata nel mondo con il brand "I Love Molfetta" è lieta di ospitare sul proprio sito web.


La prima racchiude l’intero centro storico ossia l’abitato che va sotto l’indebito nome di “isola o isoletta di Sant’Andrea” dove il termine “isola” trae origine da un fraintendimento derivato dalla inesatta interpretazione della scrittura “insula de Sancto Andrea”, ripresa più volte nella “Relazione … del 1583” del dottore in legge Giuseppe Marinelli. In realtà, il sostantivo “insula” vale “gruppo di case, isolato”.

A supporto di questa affermazione riporto quanto si legge nel folio 91v. (dopo il restauro c. 93v.) dell’Apprezo di Molfetta del 1578; qui, registrando gli introiti derivanti da una casa situata nella strada di Sant’Andrea (odierna via Morte) di proprietà di don Fabricius Coletta si legge «pensione(m) dom(us) in Jnsula S(anc)ti Andree iuxta domu(m) Laurentij Vu(lpice)lle».

L’anno 1168 vede la città di Molfetta già dotata di mura di difesa (murum). A seguire si registrano l’esistenza di una porta (novembre 1173) e di un castello o castro (giugno 1246) posto nei pressi della chiesa di san Pietro (ottobre 1259). Nel primo semestre del 1368 (in un giorno compreso fra l’11 marzo e il 10 settembre, estremi inclusi), Raymundo de Baucio de Ursinis (Raimondo del Balzo Orsini) divenne “signore” (utile padrone) di Molfetta. Il 17 gennaio 1406 Raimondo, signore di Molfetta, morì. Subito dopo Molfetta ridiventò città demaniale ossia città regia. Realtà attestata da un privilegio datato 13 marzo 1406 e sottoscritto da re Ladislao che certifica che la città era rientrata sotto il suo controllo. Il 23 aprile 1407, re Ladislao si unì in matrimonio con Maria d’Enghien, vedo­va del defunto Raimondo.

Una pergamena dell’11 marzo 1416 specifica che Raimondo, durante la sua “signoria”, volendo costruire e stabilire in città un “castrum seu fortellicium” in Molfetta, aveva acquistato delle case e ne aveva demolito qualcuna. Sempre Raimondo, inoltre, aveva ordinato ad un suo funzionario di costruire una casa in vicinanza del castello e che la stessa fosse stata adibita permanentemente ad uso e residenza degli “officialum” inviati a Molfetta.

Intanto la serenità della vita cittadina era scossa da fatti di una certa rilevanza. Esponenti della famiglia Passari avevano accentrato due cariche cittadine molto importanti: il Protontinato e la Catapania. Questa situazione diede origine a un sentimento di profonda ostilità nei confronti del casato dei Passari che degenerò in un vero e proprio scontro armato. Al riguardo, il Marinelli nella sua Relazione di Molfetta (del 1583) lascia intendere che all’inizio del XV secolo si ebbe una lotta tra due fazioni cittadine: una capitanata da Angelo Passari e l’altra dai fratelli Antonio e Bisantio Lupo, ambedue figli di Pietro Lupo (e non “Lupis”). Lo scontro armato tra queste due famiglie portò nel 1416 alla distruzione del “castrum”, costruito durante il periodo della signoria del già citato Raimondo.

Tornata la calma a Molfetta, in diverse zone italiane nel triennio 1429-31 si manifestarono episodi di emergenza sanitaria. In Puglia, nel 1429 la peste fece molte vittime nelle città di Otranto, Castro, Lecce, Gallipoli, Nardò e Alessano. È in questo periodo (1431) che a Molfetta nasce la confraternita di Santo Stefano.

Il 28 luglio 1480 una formazione navale turca, forte di 150 unità e 18.000 uomini, al comando del pascià Acmet (Ahmed Gedik), uno dei più valenti generali ottomani, riuscì a sbarcare a breve distanza da Otranto un grosso raggruppamento di soldati. L’11 agosto i turchi conquistarono la città di Otranto. Il 30 agosto l’esercito del re Ferdinando I, al quale si erano unite truppe comandate dal conte Julio Antonio de Acquaviva, era sotto Otranto per riconquistare la città. Alla fine di agosto del 1480, Acmet Pascià, volendo disorientare le truppe aragonesi, compì una manovra diversiva e attaccò dal mare la città di Vieste, con 50 o 70 navi. Durante il rientro a Otranto, in un giorno compreso tra l’11 ed il 30 agosto, le navi turche fecero una puntata su Molfetta, dove incendiarono la chiesa di Santa Maria dei Martiri.


Dopo la riconsegna di Otranto (10 settembre 1481), da parte dei Turchi al duca Alfonso di Calabria (poi re di Napoli con il nome di Alfonso II), e i condizionamenti politico-militari esterni (della Francia di Carlo VIII e di Venezia), la dinastia aragonese fu costretta ad avviare e perseguire una massiccia opera di difesa costiera del Regno di Napoli. A partire dal medesimo anno (1481) fu avviato un vasto programma di riammodernamento delle fortificazioni delle città costiere. Anche Molfetta fu coinvolta in questo piano; infatti, a riprova di ciò sappiamo che sulla porta di Largo Castello (oggi Largo Municipio) sino alla fine del XVIII secolo era visibile lo stemma (riprodotto nell’immagine) della nostra città unitamente a quello reale di Ferdinando I (1424-1494).

La modernizzazione delle nostre mura fu attuato, verosimilmente, tra il 1482 e il 1487 (anno in cui furono formati i bastioni). La muraglia, che non coincide con l’odierna, doveva essere costituita da una cortina muraria rinforzata da un terrapieno in terra battuta, cui dietro era realizzato un fosso (vacuo).

Nel 1512 l’Università deliberò di costruire un torrione «in la banda de mare Passaro». Tre anni dopo (1515), il Regimento (ossia gli amministratori) di Molfetta diedero avvio alla ricostruzione delle muraglie, riparare le vie e “purgare” il porto. Nel medesimo periodo in città riprese la rivalità tra il ceto dei nobili e quello del popolo. Problema riacceso, forse, in seguito ad un diploma del 4 maggio 1517 con il quale la regina Giovanna dispose che il Regimento cittadino doveva essere composto «de deceocto gentiluomini et deceocto popolari».

Tre anni dopo (1520) l’Università dispose il restauro dell’ingresso principale della città (Porta di via Piazza) e vi fece collocare l’edicola in pietra ancor oggi presente con l’immagine della Madonna della Grazia.

Alla base il maestro lapicida che eseguì il lavoro incise l’iscrizione OPUS PAULI 1520. Al contempo, anche la sede della Dogana fu sottoposta a ristrutturazione come dimostra il cronogramma e l’epigrafe posti intorno allo stemma dei Caracciolo, o meglio di quel ramo della famiglia Caracciolo chiamato “Pisquizi o del Leone”. Lo stemma (d’oro, al leone rampante d’azzurro, con la coda rivolta nel di dentro, armato e linguato di rosso) riporta in alto la data MCCCCCXXXL (che indica l’anno 1520) e in basso il nome del Doganiere ANTONIUS DE COLUCIA DE MARTINA DOHANERIUS.

I “Diarii” di Marin Sanudo di Venezia, alla data del 3 febbraio 1521, registrano la notizia che il segretario Girolamo Diedo scrivendo da Napoli aveva fatto sapere che «…il Prior di Barleta (dell’Ordine Gerosolimitano, Fabrizio Pignatelli) va a Molfeta per far una forteza sopra un monte, e prima mandò maestro Antonello (di Giovanni da Trani) ingegner».

Il 15 aprile 1522, nella città di Bruxelles, l’imperatore Carlo V ratificò la vendita delle città di Molfetta e Giovinazzo concordata per il prezzo di 50.000 ducati d’oro (per diploma del 5 aprile 1522) in favore di Ferdinando de Capua. Per recuperare tale somma, Ferdinando de Capua, duca di Termoli, per atto notarile rogato in data 13 maggio 1522 da notar Bartholo de Bonetis della città di Soncino, concesse a sua madre Maria de Ayerbo, a sua moglie Antonica de Baucio, a suo zio Aniballe de Capua la «potestà de cedere et renunciare la terra de Sansivero ... per causa dela compera et privilegio ne tene dala predicta Maesta, et ad pigliare la corporale poxessione dele Cittate de Molfetta et Juvenazo in excambio date et vendute per detta Maesta ...».

Il 3 ottobre del medesimo anno (1522), Carlo V eresse in Principato la città di Molfetta e concesse a Ferdinando de Capua il titolo di Principe. Il diploma di ratifica della vendita escludeva dall’anzidetta compravendita la Dogana della città che, quindi, restò di proprietà del Duca di Martina.

Il 29 novembre 1523 Ferdinando de Capua mori a Milano. Per testamento del 20 novembre Ferdinando dispose erede universale sua figlia Isabella e ordinò che si portasse a compimento il matrimonio, già concordato, con Traiano Caracciolo, figlio di Giovanni III Principe di Melfi. Per vicende che non stiamo a ripetere questo matrimonio non giunse a compimento ed anzi fu anche uno dei motivi che portarono al “Sacco di Molfetta” (18-20 luglio 1529) e all’occupazione della stessa da parte di truppe francesi sino al 6 dicembre dello stesso anno (1529).

- fine prima parte -
to be continued ...





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