
Molfetta, 30/09/2026
La presenza dell’oliveto, la produzione e il commercio dell’olio nei secoli passati hanno rappresentato il fulcro dell’economia molfettese e l’occasione di arricchimento per gli imprenditori con maggior spirito d’iniziativa. In età moderna il commercio dei prodotti agricoli nel regno di Napoli si svolse attraverso l’utilizzazione di un particolare tipo di contratto che si avvalse del cosiddetto prezzo alla voce, più semplicemente chiamato “voce”.
Qui di seguito ancora una ricerca storica realizzata dal nostro amico Cav. Corrado Pisani. Un contributo prezioso alla memoria collettiva della nostra comunità, che l’Associazione Oll Muvi, affermata nel mondo attraverso il brand "I Love Molfetta" è lieta di ospitare sul proprio sito web.
"La voce" era un prezzo comune stabilito da persone che (si) reputavano di essere idonee e che erano considerate idonee ad assegnare il valore di una determinata derrata agraria o alimentare. Generalmente, "la voce" era il prezzo (medio) di riferimento dei contratti di compravendita che, per tal motivo, erano chiamati contratti alla voce. Compratori e venditori utilizzavano come riferimento i prezzi che sarebbero stati fissati in un preciso mercato nel periodo della consegna del prodotto, oppure alla voce che sarebbe stata fissata in una determinata città.
Nel XVIII secolo per l’olio è attestata l’utilizzazione di diverse “voci” coincidenti con altrettante località come Gallipoli, Lecce, Taranto, Bari, Monopoli, Molfetta, Bisceglie e altre.
Nel 1712 l’Università di Molfetta «con decreto della Regia Udienza delegato dal Collaterale Consiglio» mantenne il diritto di formare “la voce dell’olio”.
Diritto che Molfetta a giusta ragione aveva conquistato grazie al fatto che nel XVI secolo i terreni coltivati a oliveti-mandorleti coprivano il 72 per cento della superficie agraria, realtà attestata nell’esercizio finanziario 1716-1717 dalla presenza in città di ben 27 frantoi (trappeti).
Nel 1730 l’Università fece eseguire un saggio della soma molfettese per compararla con quella di Bari. Fu rilevato «che otto staricelli e mezzo di Bari compongono una soma della misura nostra, così che i venditori ricevendo il danno di mezzo staro in ogni soma». Nel 1777, questa differenza tra le due “soma” d’olio (di Bari e di Molfetta), che comportava una perdita economica del valore di 10 carlini su ogni soma, provocò un danno per i venditori di annui ducati 6.000 sopra 6.000 some d’olio che venivano consegnati ai compratori.
I documenti fiscali (Libro delle Rivele, Catasto Onciario) del triennio 1751-1753 registrano la presenza in città prima di 21 trappeti e poi di 23 trappeti. Il 6 aprile 1767 il Sindaco Salvatore Cavalletti, il signor Cosmo Tottola (Catapano) e signor Gianalfonso Calò (Pro Cancelliere e Giudice a contratti) si recarono in diversi trappeti per eseguire un controllo dei pesi utilizzati (mezzo staro ò sia stallone).
I frantoi controllati furono i seguenti:
- due trappeti del signor Pietro Filioli chiamati del Celso situati fuori le mura della città, nella strada che si dirigeva verso Ruvo. Gli stessi, gestiti dal signor Giambattista Capelluto e governati dal “nagliero” Domenico Marino alias Criuso, subirono il controllo della misura del “mezzo staro” che fu trovato soverchio (intendi: abbondante);
- il trappeto gestito dal signor (Grazioso o) Graziano Giovane. Qui il “mezzo staro” fu trovato giusto;
due trappeti del barone Nicola Lepore, posti sulla medesima strada per Ruvo (coincidente con via Giovene). Il primo era attaccato al cortile del suo casino, il secondo chiamato “trappeto di Mario Lanza” era situato sotto il medesimo casino ed era gestito dal magnifico Vitangelo Nisio. Per maggiori notizie su questa struttura leggi la mia scheda (Aprile 2010) delle Cento chiese (La cappella di San Pietro d’Alcantara);
- il trappeto delle sorelle “de Candia” gestito dallo stesso Giambattista Capelluto. Qui il “mezzo staro” risultò un “poco soverchio”;
- il trappeto del signor Lupis poco distante dal precedente, nell’omonima strada, gestito da don Orazio Lupis;
- il trappeto del signor Tommaso Ventura vicino il Castello Nuovo, alla strada vecchia di Bitonto;
- il trappeto di S. Angelo, fuori la porta della Piscina Nuova che era gestito dai signori Colajanni;
- il trappeto dei signori Esperti, gestito dal Padron di barca Giuseppe Antonio Fornari.
Dieci anni dopo, il 20 dicembre 1776 in Publico Parlamento il Sindico Nobile, Giacinto Benegassi, dopo aver ricordato che l’Università di Molfetta vantava il diritto di dare la misura e il prezzo dell’olio, informò il Consiglio Decurionale che nel 1768 lo staricello di rame, volgarmente nominato lo Stallone, che era la matrice, da cui si regolavano tutte le altre misure molfettesi era andato perso. Resa nota questa notizia, il Sindaco rimarcò che per tal motivo si rendeva necessaria la sua ricostruzione. Inoltre, egli propose di far eseguire una nuova verifica della misura molfettese con quella barese.
Il successivo anno (1777) il Sindaco notar Mauro de Gaudio, il magnifico Oronzo Maggialetti e un terzo uomo si recarono in Giovinazzo per prendere visione delle disposizioni emanate dalla Regia Camera che stabiliva il restare nel possesso delle Università “il dritto dello Stallone” e di dar corso “alla voce dell’oglio mosto”. A partire dal 1° febbraio (e sino al mese di maggio) di quello stesso anno il notaio Maggialetti, a nome dei Sindaci dell’Università di Molfetta, tenne contatti con avvocati napoletani per la causa che si svolgeva in Napoli e che verteva sul diritto della nostra Università «in dare il prezzo e la misura dell’oglio, che si consegna da venditori a compratori col contratto volgarmente detto di danaro per oglio alla voce».
Nel medesimo periodo, su istanza dei negozianti, la Regia Camera della Summaria emanò un provvedimento che fissava il prezzo dell’olio mosto a Ducati 22:30 la soma, che poi, grazie all’intermediazione dello stesso notar Maggialetti, fu elevato a Ducati 22 e grana 54½ prezzo che avvantaggiò i negozianti di grana 24½ per soma.
Nella città di Bari, i tre molfettesi (Sindaco, notaio e terzo uomo) sostarono per quattro giorni e qui, «coll’assistenza di quel magistrato, e sanzali pub(li)ci di quella città», prima fecero eseguire saggi sull’olio per accertare la vera misura e poi fecero realizzare il nuovo “stallone” di rame. I saggi per accertare la vera misura dell’olio seguirono le seguenti modalità: furono misurati 17 staricelli di quella misura e poi diviso il peso in diciotto porzioni e dalla diciottesima parte si formò lo stallone.
Per sentenza del 20 aprile 1779 la Regia Camera della Summaria sentenziò che nel fissare la “voce” si sarebbe dovuto eliminare «l’abusiva assunta facoltà» della voce che non teneva conto dell’equiparazione dei pesi, pertanto, si rendeva necessario eguagliare le misure giacchè la differenza tra la “salma” di Bari e quella di Molfetta era di rotoli 10. La disposizione, tuttavia, divenne esecutiva solo dopo la venuta in Molfetta dei signori don Pasquale Dell’Acqua (Uditore), don Luigi Astuti (Mastrodatti) e del subalterno Capozzi. I tre funzionari della Regia Udienza (ossia il Tribunale sedente in Trani), giunti in Molfetta, su richiesta dell’Università ed in esecuzione di quanto disposto dalla Summaria per eguagliare le misure, fecero eseguire un saggio per verificare l’eccesso della misura (tra Molfetta e Bari) e, portata a termine questa operazione, procedettero alla formazione della voce degli oli per l’anno in corso (1778 in 1779), in virtù dell’antico diritto sulla “voce dell’olio” della nostra Università.
Il 15 luglio 1780 l’Università, dopo aver dichiarato ch’essa conservava lo stallone ò sia campione d’olio necessario per eseguire le misurazioni dell’olio, concordò e sottoscrisse con i negozianti degli oli molfettesi un rogito scritto per gli atti di notar Domenico Calò che ne stabiliva la sua utilizzazione, considerato che «per non esserci lo Stallone ciascuno aveva le misure a proprio talento, e non uniformi al convenuto». Lo stallone corrispondeva alla diciottesima parte di una soma di olio del peso di rotola 180¾ ovvero 8,9471 chilogrammi. A maggior chiarimento dobbiamo aggiungere che la salma o soma di Molfetta constava di 9 staia di rotoli 20,083 e che perciò il suo peso era di rotoli 180,750 ossia di cantaio 1,8075. Tenuto conto che il cantaro napoletano era pari a kg. 89,09972 ne consegue che la salma molfettese valeva 161,047 chilogrammi. Nel 1877 le “tavole di ragguaglio”, che riportano l’equivalenza dei pesi e delle misure utilizzate nel regno delle Due Sicilie con quelle del regno d’Italia, certificano che lo staio (composto di 2 mezzi-stara) d’olio molfettese di rotoli 20½ era pari a 18,265 kg. ovvero 0,199995 ettolitri (ossia 19,9995 litri).
Tornando al periodo dei Borboni (1734-1861) sappiamo che fino al 1783 non fu promulgata alcuna legge che avesse permesso o regolamentato il “contratto alla voce” oppure chiarito il modo di fare le voci; tuttavia, nello stesso anno (1783) furono emanati due rescritti reali, rispettivamente, datati 5 aprile e 16 settembre, con i quali si ordinò di eseguire le voci nel modo e nelle forme consuete con l’intervento del magistrato del luogo e di tutti coloro che avevano interesse. Indi, una volta eseguita la voce si doveva informare la Camera della Sommaria con le corrispondenti giustificazioni, dovendo poi quel tribunale giudicare eventuali controversie delle parti. Secondo tale normativa, che rese oggetto di contenzioso giudiziario la fissazione dei prezzi, gli imbrogli, le frodi e gli stratagemmi ingannevoli sarebbero dovuti diminuire invece aumentarono. I susseguenti litigi insorti si conclusero quasi sempre in semplici transazioni.
Nel periodo 1789-90, sotto il titolo de Annona, fu inserito un editto che costituì la Prammatica CIII e che riporta le Istruzioni per la formazione delle voci delle Derrate del Regno. Le stesse stabilivano che si dovevano tenere presente il calcolo dei prezzi diversi; ma in tale calcolo, se è vero che si doveva tener conto dei prezzi dei luoghi vicini, non si potevano prendere per base, che solo quelli soli dei luoghi dove si formava la voce; che, inoltre, non dovessero entrare in nota i prezzi delle vecchie derrate, bensì i nuovi; che d’altra parte si sarebbero dovuti raccogliere le notizie dai contratti dei diversi luoghi. Raccolti i citati elementi e cumulati i diversi prezzi, i deputati degl’interessati, il governatore e gli amministratori delle Università dovevano formare le voci.
Il 16 maggio 1788 in città giunse l’ordine dalla Sacra Regia Udienza di rendere noto che il re aveva ridotto la voce dell’oglio della città di Bari da Ducati 24:22 a Ducati 23:70 la salma. Il 23 dicembre 1788 giunse l’ordine riguardante la nuova misura della soma dell’olio che in tutto il Regno doveva essere come quella di Napoli.
Il 25 settembre 1789 fu ritirato da Trani l’ordine del Tribunale che aveva disposto che i Sindaci precedenti (del passato anno finanziario) dovevano consegnare all’Università il “mezzo staro” nuovo inviato da Napoli per la città di Molfetta.
Cinque anni dopo, il 29 novembre 1794 il magnifico Luigi Squeo percepì 12 carlini per essersi recato in Ruvo per fare imprimere il sigillo nelle nuove misure (mezzi stari) che dovevano distribuirsi secondo il nuovo “Stallone” formato in conformità dell’atto notarile stipulato il 15 luglio 1780.
Il 10 marzo 1796 l’Università ricevette la regia determinazione dell’8 febbraio 1796 con la quale il re ristabilì la «libera vendita dell’olio», già disposta con la legge del 23 aprile 1787, che costituiva buona parte della Prammatica XCVIII rilasciata il 24 gennaio 1788.
Il secolo XIX vide un incremento dell’olivicoltura cittadina il cui segnale più evidente era l’aumentato numero dei frantoi. Infatti, il Catasto Murattiano di Molfetta del 1809-13, aggiornato al 1825, registra l’esistenza di 38 frantoi ripartiti in 23 nella zona Urbana e 15 (dei quali uno in disuso) nell’entroterra.
#weareinmolfetta #oliomolfettese #corradopisani #OLIO #ilovemolfetta #associazioneollmuvi #ricerchemolfettesi
Riproduzione riservata. La riproduzione è concessa solo citando la fonte con link alla news.











