
Molfetta, 27/10/2026
La prima citazione della «ecclesia sancti Marci apostoli a foris predicte civitatis prope salinam sita» risale al maggio del 1143. Edificata verosimilmente tra il 1122 e il 1139, anni nei quali la città di Venezia sottoscrisse prima il Trattato commerciale con Bari e dopo il Trattato di commercio con Ruggero II di Sicilia (o Ruggiero il Normanno).
Una pergamena del 1232 specifica meglio la posizione della chiesetta ovvero «sita extra portam ipsa civitate». Altra pergamena del 7 settembre 1297, indizione X, riporta che la stessa si trovava nel suburgo della città, nella stessa zona dove era situata una domus di proprietà della Casa di S. Maria dei Teutonici posta «iuxta domum filiorum Petri de sire Angelo [Passari] et iuxta publicas a duabus partibus et iuxta orticellum ecclesie sancti Marci».
Qui di seguito ancora una ricerca su un palazzo storico molfettese, realizzata dal nostro amico Cav. Corrado Pisani. Un contributo prezioso alla memoria collettiva della nostra comunità, che l’Associazione Oll Muvi, affermata nel mondo attraverso il brand "I Love Molfetta" è lieta di ospitare sul proprio sito web.
Per testamento rogato il 25 luglio 1433 da notar Joannes Andrea de Joanne, il possidente Antonio de Strumbulo [alias Muscati] lasciò alla «ecclesie sancti marcj de melficta tareni quindecim». Nel 1509 la chiesa era situata in prossimità di un magazzino in comproprietà tra Brattamundo de Porticella e Marino Rufalo (o Rufoli). Nel periodo 1519-26 il magazzino, prossimo alle chiese di S. Stefano e della SS. Trinità, era di proprietà del solo Marino Rufalo.
Durante l’occupazione franco-veneta, seguita alla presa della città (18 luglio 1529) e terminata il 6 dicembre dello stesso anno, per aumentare la difesa militare, furono abbattuti tutti i fabbricati e gli edifici sacri situati nel borgo, di fronte alle mura. Dopo la partenza degli occupanti, molti luoghi della città rimasero diroccati (notizia confermata da diversi documenti) e la loro ricostruzione andò a rilento. I molfettesi, memori forse del fatto che l’assalto alla città era stato condotto da una armata navale veneziana, non ricostruirono più la chiesa di San Marco e i terreni occupati dai ruderi furono riqualificati con la costruzione di magazzini. I primi due Libro dei Benefici, redatti dopo il 1530, certificano che il Rev. D. Antonello de Forgia, Canonico e Dottore, ritirava un annuo censo «super magazenum ad presens dirutum in loco suburbij juxta magazenum Sancte Trinitatis juxta ecclesiam de Sancto Stefano» che aveva in perpetuo Marinus Rufulus. L’entrata derivante dal censo, ricusata dal Forgia, passò prima al clerico Attilio Salepico (morto nel 1544) e poi a Josquino Salepico. Dopo il 17 marzo 1570 i “beneficia iuris patronatus” tenuti dai “Salepico” passarono per meriti al Can. Don Mauro de Messina, famiglia quest’ultima che si era imparentata con il casato chiamato Micchellus (anche: Michiel o Micchielli o Micchiello).
Al riguardo, intorno al 1567, Mauro Aurelio Michiel (n. 1533 - m. >1591-1617<) si sposò con Isabella de Messina che gli diede undici figli. Uno di loro fu Roberto Michiel (n. 1587 - m. >1640). Dal 1616 al 1640 Roberto Michiel ricoprì diversi compiti e professioni: dal 1623 al 1630 e dal 1632 al 1637 fu Moniziero dell’Università; sino al 1640 fu “fondichiere” e “speziale”. Con Regio Privilegio del 27 ottobre 1634 il re Filippo IV di Spagna (III come re di Napoli) concesse a Roberto il titolo di nobiltà e l’autorizzazione a fregiarsi con l’insegna della sua famiglia. Lo stemma è blasonato in tre diversi modi. Qui riportiamo solo quello descritto nel manoscritto Famiglie molfettesi del notaio apostolico notar Joannes Muti ossia «di color turchino, alla fascia d’oro, sormontata da una lupa passante al naturale, accompagnata in punta da tre bande di rosso».
Alla data dell’8 luglio 1634 Roberto era già proprietario di un immobile, posto «in loco dietro l’Hospidale, iuxta fabrica ecclesia SS. Trinitatis», che concedeva in locazione e che poi divenne la sua residenza. Quest’ultima coincide con il fabbricato posto ai numeri civici 63-65 di Corso Dante Alighieri già via Borgo, come testimonia la presenza dello stemma di famiglia appena descritto e l’iscrizione ROBERTVS MICHIEL A.D. 1632 (la data è stata aggiunta da me) incisa al disopra della finestra del primo piano (vedi immagine).
Il 3 novembre 1619, per capitoli matrimoniali rogati il 2 settembre. Roberto si sposò con Angelella de Judice di Giovanni Battista. L’unione dei due coniugi vide la nascita di sette figli, cinque femmine e due maschi. Di essi ricordiamo la femmina Geronima (n. 1626 - m. 1693) che il 2 settembre 1646 si sposò con il dottor Francesco Tattoli e il maschio Francesco Antonio (n. 1630 - m. 1680 ca.). Per capitoli matrimoniali rogati in Corato il 29 settembre 1659 per gli atti di notar Donato Aduasio, il dottor Francesco Antonio Michielli si sposò con Dorotea de Franza di Corato (figlia del dottore in entrambe le leggi Francesco Jacobo de Franza) che gli diede (almeno) sei figli.
Il 29 dicembre 1701 il chierico Francesco Giacomo, Francesco Paolo, Angela, Vittoria, Chiara e Giovanna, fratelli e sorelle Michielli, unitamente alla loro madre Dorothea Franza vedova di Francesco Antonio Michielli, dopo aver dichiarato di essere proprietari di una casa nel suburbio di Molfetta posta «iuxta ecclesiam SSme Trinitatis», vendettero la stessa (casa) al pittore Saverio Porto.
Saverio Porto (o Porta, n. 1672 - m. 1720 ca.) era figlio del mastro muratore Leonardo Porto di Molfetta e di Domenica Capruzzi di Bari. Il 3 gennaio 1694, per capitoli matrimoniali redatti nel 1693, Saverio Porto si unì in matrimonio con Angela de Gaudio. Dalla loro unione nacquero sei figli.
Di essi citiamo:
Nicolò (n. 1710 - m. 1784), pittore. Il 3 settembre 1747, per capitoli matrimoniali rogati in data 27 dicembre 1746, Nicolò Porta si unì in matrimonio con Anna Maria Azzollino. I coniugi, sul finire del 1751, abitavano alla casa patrimoniale di don Giuseppe Porto suo fratello fuor il Borgo, presso la chiesa della Santissima Trinità [chiesa di Sant’Anna] e la casa beneficiale di D(on) Gian Lonardo de Luca.
Dal matrimonio tra Nicolò ed Anna Maria nacquero sette figli. Qui riportiamo il solo Michele (n. 1751). Il 2 febbraio 1780, per alberano del 7 giugno 1779, Michele Porta si sposò con Angela Epifani di Ludovico. Dal matrimonio tra Michele ed Angela nacquero sette figli (due maschi e cinque femmine). Di essi Maria Saveria (n. 17 novembre 1793 - m. 10 luglio 1850) si sposò con il Dottor Chirurgo Spadavecchia Giuseppe di Lavello.
Nel 1823 l’immobile, posto su due piani ognuno composto da tre stanze, era intestato al già citato Michele Porta. Con la morte di Michele, avvenuta il 31 dicembre 1831, si interrompono le vicende storiche di questo fabbricato collocato sull’area dove, verosimilmente, era situata la chiesa di san Marco apostolo. Un elenco delle «Feste nelle quali si paga la Decima a Monsignor Ill(ustrissi)mo», allegato ad un atto notarile dell’anno 1629, tra le diverse date presenti riporta quella del 25 aprile, giorno in cui si festeggia San Marco Evangelista, patrono di Venezia. Quindi, nel giorno della festa di San Marco si poteva versare al Vescovo il tributo destinato al sostentamento del clero e delle strutture ecclesiastiche pari al 10% dei propri redditi o prodotti agrari. Compreso l’origine del nome, aggiungiamo che la Decima fu abolita con legge del 14 luglio 1887, n. 4727, pubblicata dalla Gazzetta Ufficiale del 22 luglio, N. 170. Inoltre, mi piace aggiungere che a Venezia in quello stesso giorno è associata la Festa del Bòcolo ossia il dono di un bocciolo di rosa rossa alle donne.
Chiudo riportando due note sul culto di San Marco in città.
La prima riguarda l’esistenza nella chiesa di Santo Stefano di un dipinto che raffigura l’Evangelista Marco seduto su una roccia, che tiene tra le mani il libro aperto (in tempo di pace) con sopra scritta la frase «PAX TIBI MARCE / EVANGELISTA MEUS» (Pace a te, Marco, mio evangelista); a latere, il leone di san Marco in “moleca” cioè posto in posizione frontale, accovacciato, con le ali spiegate a ventaglio.
La tela, attribuita inizialmente al pittore Nicola Gliri (Bitonto, n. 1631 - m. >1687), dopo gli ultimi restauri è stata assegnata ad un pittore locale attivo nella prima metà del Seicento (che possa essere tale Benedetto de Judicibus di Bari?).
La seconda riguarda la realtà che nel giorno della festa di San Marco si svolgeva una processione che il 15 settembre 1726, durante il Consesso Sinodale tenuto dal vescovo Salerni, fu così regolamentata: «La Processione di S. Marco esce dalla Porta Maggiore [della Cattedrale, odierno Duomo], gira per la strada de’ Preti, per la Piazza, và in S. Stefano, da dove ritorna per il Salvatore».
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